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Dario Pertusini |
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Nato nel 1984, vive a Faggeto Lario
sul lago di Como.
Si avvicina alla fotografia naturalistica nel 2005, inizialmente
come strumento di documentazione durante escursioni
naturalistiche.
Nel tempo, anche grazie all’aiuto e ai consigli di amici
fotografi, come Simone Tossani, il suo stile si evolve e arriva
ad abbracciare tematiche più ampie, come il reportage.
Per ora i suoi viaggi hanno raggiunto, oltre all’Ecuador, luoghi
come Texel (Olanda), Finlandia e Svizzera, oltre a varie
location in Italia; le sue "mete nel cassetto" sono la Costa
Rica e le Svalbard.
Una selezione dei suoi lavori è disponibile qui:
http://www.pbase.com/darietto84 |
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Dario Pertusini al lavoro ripreso dalla sua ragazza Daniela
Meroni |
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Ecuador, paese dai mille volti |
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L’Ecuador
è un paese dai mille volti: spostandosi di pochi
chilometri si passa dal caldo afoso della costa alle
altitudini da capogiro delle Ande per arrivare fino al
verde sconfinato dell’Amazzonia. Il caleidoscopio di
paesaggi si riflette nei visi dei suoi abitanti: neri,
ispanici, andini, bianchi.
Tratti somatici che centinaia d’anni di convivenza hanno
mescolato.
Siamo partiti per l’Ecuador in quattro – Simone,
Michele, Daniela ed io – alla vigilia delle vacanze di
Pasqua.
Per me si trattava della prima esperienza fuori
dall’Europa. Partivo senza preconcetti e carico di
aspettative.
Sono tornato con il cuore, gli occhi e la memory card
piena di immagini, ricordi, emozioni indimenticabili.
Il primo impatto con la caotica Quito non è dei
migliori. Imbottigliati nel traffico abbiamo però avuto
il primo lampo di questi mille volti, soprattutto di
bambini, che ti si stampano nella mente.
Il giorno successivo, l’arrivo ad Esmeralda sulla costa
del Pacifico è come un viaggio in un altro mondo.
Dall’aeroporto la strada si snoda nel verde
lussureggiante della vegetazione equatoriale, alle
nostre spalle la lunga linea della risacca, mentre nel
cielo fregate ed avvoltoi volteggiano maestosi.
Lungo la via che ci porta a Playa de Oro, nostra prima
destinazione, incrociamo agglomerati di poche case e
piccoli villaggi brulicanti di vita e di colori,
occasione di fantastici scatti rubati direttamente
dall’auto.
Più che con la diffidenza degli abitanti, mi sono dovuto
scontrare con la mia timidezza nel fotografare persone
che non conoscevo.
Timidezza che nel corso del viaggio mi ha abbandonato:
ho capito che bastava incrociare lo sguardo per capire
se quella persona voleva o meno essere fotografata. |
| Nikon D700 - 1/800s - f/2.0 - 85.0mm - ISO 200 |
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Lo spirito del
Reportage......Cogliere l'attimo di un momento della
vita quotidiana. |
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In viaggio da Esmeralda a Selva Alegre -
Nikon D700 - 1/8000s - f/2.0 - 85.0mm - ISO 400 |
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La comunità ci accoglie senza riserve, con ospitalità e
cordialità sconfinate. I bambini in particolare azzerano da
subito la barriera culturale e di linguaggio che ci separa,
conquistandoci con la loro spontaneità e gioia di vivere. Niente
può fermare la loro voglia di gioco, neanche gli scrosci
improvvisi e torrenziali della stagione delle piogge. Ancora mi
commuove pensare alla dolcezza e spontaneità con cui ci hanno
accolto: un episodio su tutti è l’invito ricevuto da parte di
uno di loro a visitare la sua casa per conoscere la sua
famiglia. |
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Semana Santa - La Settimana Santa |
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La comunità ci saluta con una festosa “marimba”, ballo tipico
eseguito dai ragazzi vestiti in sgargianti
costumi. |
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Il Mondo Andino |
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Il nostro soggiorno prosegue nella località andina di Plancha
Loma. Al nostro arrivo ci attende una grande sorpresa: oltre ad
una danza di benvenuto, ad accoglierci è la leader storica del
movimento degli indigeni andini locali. E’ lei stessa ad
introdurci alla dura vita della loro comunità, che abbiamo modo
di osservare con i nostri occhi il giorno successivo.
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Gli andini, con una cordialità e calore inaspettati, ci mostrano
la loro vita di tutti i giorni: le abitazioni tradizionali, il
lavoro nei campi, l’allevamento degli alpaca e dei porcellini
d’india – piatto tipico locale. Le condizioni di vita sono molto
più dure qui che sulla costa, con tassi di mortalità infantile e
di mortalità da parto molto elevati. |
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Casa tradizionale Andina. Ribolle in pentola una bevanda
tipica a base di mais e delle focaccine che ci verranno offerte.
Nikon D700 1/100s f/2.8 35.0mm iso3200 |
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La presenza di Pierre, esperto conoscitore della zona, ci ha
permesso di capire meglio i problemi degli andini. Pierre ci ha
raccontato uno spaccato della lotta di questa comunità,
costretta a far fronte a problemi annosi, ma anche a tentativi
maldestri di intervento da parte dello stato, che negli anni ha
applicato delle politiche agricole controproducenti. E’
stridente notare come dall’altra parte del globo rispetto
all’Europa, in condizioni climatiche completamente diverse,
vengano allevate le stesse razze di mucca e coltivate gli stessi
cereali. La sostituzione di colture e allevamenti tradizionali
con specie di importazione ha portato a problemi di scarsità
d’acqua e malnutrizione. Inoltre, l’aver spinto le coltivazioni
fino ad altitudine che sfiorano i 4000 m su pendii scoscesi ha
portato a notevoli problemi di erosione del suolo.
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L'allevamento di mucche da latte è un esempio di allevamento di
razze non autoctone.
Nikon D700 1/6400s f/2.0 85.0mm iso200 |
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Non è un caso che la leader del movimento sia una donna: fino a
20 anni fa, le donne hanno rivestito nella società andina un
ruolo subordinato rispetto agli uomini.
Non ricevevano
un’istruzione, non era loro consentito di esprimersi liberamente
e i lavori più pesanti, come quelli nei campi, erano di loro
competenza.
Sono state quindi le donne ad organizzarsi per prime
per ottenere una maggiore emancipazione.
Il movimento indigeno
si è quindi allargato all’intera società andina per portare le
istanze di questa parte della popolazione ecuadoriana
all’attenzione del governo centrale.
Il movimento lavora inoltre in maniera molto concreta per
migliorare le condizioni di vita della popolazione: sono state
reintrodotte coltivazioni tipiche come la nutriente quinoa e
vari tipi di tuberi, gli allevamenti di porcellini d’india e di
alpaca.
Questi prodotti tipici sono da noi stati gustati durante
un ricchissimo pranzo presso una casa della comunità. Abbiamo
inoltre potuto visitare un mulino elettrico che viene utilizzato
trasformare in farine i cereali coltivati dagli agricoltori
locali e dei telai a mano con i quali vengono prodotti capi
molti raffinati.
Anche l’unica scuola media superiore locale e
l’ostello dove noi stessi abbiamo soggiornato sono opera della
comunità, che attraverso l’istruzione dei suoi figli e progetti
di turismo comunitario vuole migliorare il proprio futuro. |
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L'Amazzonia
Ecuadoriana |
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L’ultima parte del viaggio è dedicata all’Amazzonia, ospiti in
un lodge gestito da una comunità di lingua Quichua. Questo lodge
è un esempio di successo di come il turismo
ecologico/fotografico possa salvaguardare la foresta fornendo
una fonte di reddito alle comunità amazzoniche e tenendo ben
lontane le compagnie petrolifere che altrove sono riuscite a
trivellare devastando la foresta vergine.
Il viaggio di andata, a bordo di una lancia a motore, è quasi
surreale: una fittissima pioggia fa quasi scomparire le rive del
vasto fiume, avvolgendoci in una nebbia irreale. |
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La pioggia fitta forma una nebbia
surreale, che avvolge tutto lungo il corso del Rio.
Nikon D300 1/8000s f/2.8 150.0 mm iso400 |
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La permanenza al lodge è interamente
dedicata alla scoperta delle incredibili flora e fauna
amazzoniche. Effettuiamo giri in canoa e a piedi nell’intrico
della foresta allagata dalle piogge, accompagnati dalla
insostituibile guida Domingo.
E’ lui ad individuare e identificare incredibile specie di
uccelli e insetti per noi altrimenti invisibili, mimetizzati
perfettamente con l’ambiente circostante.
Un aneddoto tra tanti: presi come eravamo a fotografare una
fantastica rondine alibianche appoggiata su un palo a poca
distanza dalla nostra canoa, non ci siamo accorti della presenza
di quattro chirotteri appollaiati in fila esattamente sotto alla
rondine fino a che Domingo non ce li ha fatti notare. |
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Senza l'esperienza della guida Domingo, i quattro chirotteri
appollaiati sotto alla rondine, sarebbero passati inosservati. |
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Particolarmente suggestivo è stato salire su una piattaforma
sulla cima di uno degli alberi più alti di questa parte della
foresta (oltre 36 metri). Da lassù si aveva una visuale a 360°
del tetto della foresta, che ci offriva la possibilità di
osservare specie di uccelli non avvistabili dal fiume. Tra di
essi, tucani, pappagalli, colibrì e mille specie dai colori
sgargianti, come il trogone corona blu. |
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Il trogone corona blu, uccello appartenente alla stessa famiglia
del Quetzal.
Nikon D300 1/160s f/5 300mm + tc 1.7x iso 800 |
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Ed eccoci alla fine del viaggio, e così del racconto: salutiamo
l’Amazzonia alle 6 di mattina e ci imbarchiamo per il viaggio di
ritorno che, a causa dei tempi morti in aeroporto, durerà quasi
due giorni.
Dopo la frenesia di questi giorni di incontri e di emozioni,
viene il momento per riassaporare e riflettere su ciò che si è
visto e vissuto.
Mi ci è voluto del tempo per riuscire a
raccontare questo viaggio, perché ciò che mi ha lasciato è stato
davvero tanto: ricordi, emozioni e riflessioni che si sono
accavallati e che è stato difficile rimettere in ordine per
poterli trasmettere ad altri. E’ stato l’incontro con una natura
diversa da quella a cui siamo abituati: indomabile, affascinante
e pericolosa, ma anche così fragile e in cui le ferite inferte
dall’uomo sono purtroppo già ben visibili anche in un paese così
“selvaggio” come è ancora l’Ecuador.
Ma è stato soprattutto
l’incontro con un popolo, quello ecuadoregno: dai mille visi,
tradizioni e costumi, ma unitario nella genuinità con cui
accoglie e ospita degli stranieri un po’ bizzarri come noi
fotografi – arrivati con più bagagli che una top model e che
tutto fotografavamo con curiosità. Incontro che non può non
toccare nel profondo: le condizioni di povertà e di marginalità
sociale, il lavoro massacrante, le vessazioni dei diritti e il
duro confronto con il potere economico delle compagnie estere
stridono con la gioia e la tenacia di vita di questa gente. Non
si può rimanere indifferenti.
Non si può non interrogarsi sull’essenzialità
del nostro stile di vita, che può essere tale solo a prezzo
delle loro dure condizioni di vita.
Ma ancora più pressante è
domandarsi cosa è realmente importante per noi: nonostante tutte
le nostre possibilità, siamo felici? |
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